Domenico Monteleone
Fuori dall'Ufficio

Oltre i sentieri: una gita al rifugio Garelli

22 Ago 2025 · 5 min di lettura · Domenico Monteleone
Contenuto articolo

Introduzione: la montagna come scelta (non scontata)

C’è un momento in cui devi scegliere: spegnere lo schermo o accendere il mondo. Per me è arrivato in un weekend di agosto, quando invece di scorrere notifiche ho allacciato gli scarponi e ho detto a mio figlio: «Oggi saliamo al Rifugio Garelli. Solo noi due e la montagna».

Pian delle Gorre, poco sopra Chiusa di Pesio. L’odore di larice, il silenzio che pesa più di qualunque suoneria. Non eravamo lì per battere record su Strava né per scattare foto da Instagram, ma per quello che, nel gergo del lavoro, chiamerei un reset di sistema: riconnettere quei fili che la routine spezza. Fili fatti di passi lenti, domande a sorpresa e orizzonti che non hanno bisogno del Wi-Fi.

Partenza: quando la salita inizia prima del sentiero

La gita non comincia al primo passo. Inizia molto prima, quando tuo figlio di otto anni ti fissa con aria sospettosa mentre ricontrolli lo zaino per la terza volta: «Papà, ma davvero ci serve tutta questa roba?».

Sorrido, perché so che non servono spiegazioni complicate: oggi niente numeri da verificare, niente tabelle da compilare. L’unico obiettivo sarà contare quanti sassi rimbalzeranno sul laghetto prima di affondare.

«Quindi niente computer oggi?» mi chiede ridendo.
«Niente computer» rispondo, e il sentiero davanti a noi sembra già più leggero.

La salita: tra sudore e domande esistenziali

Il sentiero per il Rifugio Garelli è una serpentina di terra rossa e radici. Non è un’impresa estrema, ma abbastanza ripido da farci chiedere a metà strada: «Perché non siamo rimasti sul divano?».

Mio figlio, che di solito corre come un drone e si distrae come uno smartphone, questa volta cammina con un ritmo diverso. Si ferma ad annusare la corteccia di un pino cembro («Puzza di vaniglia!»), a contare le formiche che trascinano aghi. Poi, a un certo punto, mi guarda e fa la domanda più inaspettata: «Papà, ma le montagne crescono come me?».

Ecco il primo regalo della giornata: la montagna ti obbliga a semplificare. Niente slide, niente termini complicati. Gli ho spiegato l’orogenesi con una torta di sabbia e un pugno che spinge dal basso.

Rifugio Garelli: dove il pane sa di conquista

Dopo due ore di salita, il Rifugio Garelli appare come un miracolo di pietra e legno. Ci sediamo sul prato e dividiamo un panino al salame che sa di vittoria. Mio figlio, di solito schizzinoso, lo divora come fosse un piatto stellato.

«Sai perché qui tutto è più buono?» mi chiede. «Perché abbiamo fame o perché è magico?».
Gli rispondo che c’è una terza opzione: il cibo condiviso ha sempre un sapore diverso. È lo stesso motivo per cui, in ufficio, le idee migliori nascono davanti a un caffè e non in una riunione con 50 slide.

La discesa: le lezioni che non ti aspetti

La discesa sembra più facile, ma è lì che arrivano le vere sorprese. Mio figlio si ferma, stanco, e brontola. Poi, all’improvviso, vede un masso coperto di licheni gialli: «Guarda papà, sembra una mappa del tesoro!».

Ecco il secondo regalo: la fatica cambia la prospettiva. Quello che per me era un sasso banale, per lui diventa un’avventura. È lo stesso principio che vale nel lavoro: a volte, un problema visto da un’altra angolazione si trasforma in un’opportunità.

Tra licheni e dati grezzi:

Quella macchia gialla sul sasso era solo rumore di fondo, finché mio figlio non l’ha trasformata in una mappa del tesoro. Nel mio lavoro capita lo stesso: spesso i dati “sporchi” o le anomalie vengono scartate perché non rientrano nei modelli. Ma la montagna mi ha ricordato che proprio lì, nei dettagli che sembrano inutili, si nascondono le intuizioni migliori.Morale: ogni tanto, per innovare davvero, bisogna mettersi nei panni di un bambino e chiedersi: «E se questo dato “sbagliato” fosse invece una mappa?».

Conclusione: i dati che contano davvero

Torniamo a valle con le scarpe sporche, le tasche piene di sassi “fondamentali” e nessuno scatto perfetto. Ma dentro portiamo molto di più.

Il lichene, che cresce lentamente ma resiste dove nessun altro vuole stare. Il sentiero, che ti insegna che la strada più diretta non è sempre la più ricca. Il tempo, che smette di essere lineare e ti regala in poche ore la densità di una settimana intera.

Torno a casa con una certezza: per chi lavora tra numeri e previsioni, la montagna è la migliore masterclass di dati non strutturati. I sassi nello zaino, le domande di mio figlio, persino la fatica sono variabili che nessun algoritmo può catturare. Eppure, sono proprio loro a ricordarmi una regola sacra: il miglior insight nasce quando spegni lo schermo e accendi i sensi.

Perché la supply chain, in fondo, è fatta di persone. E le persone hanno bisogno anche di licheni da osservare, non solo di grafici.

Statistiche (non possono mancare)

12,5 km Distanza
950 m Dislivello
6h 32m Tempo
Media Difficoltà
1.040 m Alt. Min
1.990 m Alt. Max
Anello Tipo Percorso

Dal Pian delle Gorre al Garelli, e ritorno, in 6 scatti

Risorse utili

Rifugio Garelli: Storia, contatti ed itinerari

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