Domenico Monteleone
ICT & Cloud Procurement

Il costo del cloud che nessuno riesce a spiegare — e perché è un problema di decisioni, non di tecnologia

13 Mar 2026 · 7 min di lettura · Domenico Monteleone
Contenuto articolo

Introduzione

Un cloud provider invia la fattura di marzo. Il cliente la riceve, la gira all’IT, l’IT la spiega. Il mese dopo si ripete. Nel frattempo, da qualche parte in azienda, qualcuno ha approvato una migrazione, qualcun altro ha lasciato attivo un ambiente di test, un team ha sovrastimato i volumi in fase di contratto e nessuno ha ancora capito a cosa corrisponde quella voce da 4.200€ alla riga 23.

Non è un problema tecnico. Non è nemmeno un problema di budget. È un problema di decisioni che nessuno ha mai preso formalmente — e di costi che arrivano a chi non le ha prese.

Il cloud è trasparente sui numeri. Non lo è sui perché.

Il Flexera 2026 State of the Cloud riporta che il 29% della spesa cloud globale su IaaS e PaaS viene sprecato ogni anno — in leggera risalita rispetto al 2025, per la prima volta dopo cinque anni di calo. Il dato non sorprende chi lavora sul campo. Sorprende che continui a ripetersi nelle stesse forme, con le stesse spiegazioni, anno dopo anno.

Il meccanismo è strutturale. Il procurement negozia tariffe, sconti, committed use, termini contrattuali — ottimizza quello che può vedere. L’IT e i team di sviluppo consumano istanze, storage, trasferimento dati, servizi accessori — lavorano su esigenze operative, non su budget. In mezzo non c’è nessuno che connette i due mondi in tempo reale. Il risultato è che la fattura cloud di fine mese non sorprende nessuno formalmente — eppure è sempre diversa da quello che ci si aspettava.

Il problema non è il livello assoluto di spesa. È che non sai quanto costerà il prossimo mese. E spesso non sai nemmeno a cosa corrisponde quello che hai già pagato.

Tre punti dove i costi cloud aziendali sfuggono al controllo

I costi periferici che nessuno stima. Non sono i servizi principali — quelli li conosce quasi tutti. Il problema sono i costi accessori: trasferimento dati in uscita, ambienti di test che girano h24, snapshot dimenticati, risorse su region non ottimali. Non appaiono nei contratti perché sono variabili. Non appaiono nei budget perché nessuno li stima con sufficiente dettaglio. Appaiono nelle fatture, dove nessuno ha il mandato di contestarli.

Le ipotesi che nessuno ha scritto. Ogni valutazione economica in ambito ICT poggia su assunzioni: quanti utenti useranno davvero la piattaforma, con quale frequenza, con quale intensità. Queste assunzioni raramente vengono scritte in forma esplicita. Vivono nelle teste di chi ha costruito il business case, nelle slide della presentazione, in qualche foglio Excel che nessuno aggiornerà mai. Quando qualcosa non torna — e non torna quasi sempre — non c’è un punto di riferimento a cui tornare. L’unica cosa che rimane è il contratto firmato.

Le proiezioni del vendor prese come punto di partenza. Le stime di utilizzo fornite dal vendor non sono proiezioni neutrali. Sono costruite da chi ha interesse a vendere, su dati aggregati di mercato che potrebbero non riflettere il contesto specifico dell’acquirente. Chi arriva al tavolo con i numeri è il vendor. Chi arriva con impressioni sei tu. Trattare quelle proiezioni come dato di input senza verifica interna è uno dei rischi più sottovalutati nelle valutazioni ICT cloud.

Il procurement ICT è strutturato per valutare al momento dell’acquisto. Non è strutturato per imparare durante l’esecuzione. Questo gap — tra la decisione e la verifica — è dove si concentra la maggior parte degli sprechi che nessuno riesce a ricondurre a una causa precisa.

Il FinOps non serve a spendere meno. Serve a non essere sorpresi.

Qui sta il malinteso più diffuso. Il FinOps viene introdotto con l’obiettivo dichiarato di ridurre i costi cloud. Poi, sei mesi dopo, i costi non sono calati in modo significativo — e chi ha sponsorizzato il progetto deve giustificarlo davanti al management.

Il problema non era il metodo. Era il framing iniziale.

Il valore reale del FinOps non è il taglio: è la leggibilità. Un’organizzazione che sa attribuire ogni voce di spesa cloud a un progetto, un team, una decisione specifica — quella organizzazione può decidere in modo informato. I dati Flexera 2026 confermano questa svolta. Nelle organizzazioni più mature le metriche di successo si stanno spostando: il 64% misura i risultati del cloud sul valore erogato alle business unit — 12 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente. Cost efficiency e savings sono scesi di 6 punti nello stesso periodo. Non “quanto abbiamo tagliato” — ma “quanto sappiamo dove stiamo andando.”

Quindi non è un problema di metodo: è un problema di obiettivo dichiarato fin dall’inizio.

Nella mia esperienza diretta con i clienti, il cliente che ottimizza senza prima costruire leggibilità taglia nel buio. Elimina risorse che sembrano inutili. Poi scopre che alimentavano qualcosa che non aveva documentato. Il costo del ripristino supera spesso il risparmio ottenuto — e la fiducia interna nel progetto FinOps ne esce a pezzi.

Chi costruisce leggibilità prima ottimizza dopo con dati reali. Chi inverte l’ordine taglia nel buio — e lo scopre quando è già tardi per correggere.

Cosa fa diversamente chi gestisce bene

Non aspetta il rinnovo per fare i conti. Monitora la spesa per servizio, per team, per trend mensile — e porta quei dati al tavolo prima che il vendor sappia già cosa vuoi confermare.

Non tratta le proiezioni del vendor come punto di partenza neutrale. Costruisce internamente un set minimo di ipotesi esplicite — scritte, con un owner, con una data di verifica — e le confronta con i dati reali tra i 6 e i 12 mesi dall’avvio del contratto. Non per essere infallibile, ma per avere un riferimento autonomo quando qualcosa non torna.

Non separa chi negozia da chi consuma. Crea un processo — anche minimo — che connette procurement e IT su dati condivisi in tempo reale, non solo al momento della fattura.

Il contratto non è il punto di arrivo della valutazione. È il momento in cui smetti di poterla correggere. Per questo la leggibilità va costruita prima — non per non spendere, ma per sapere sempre perché stai spendendo quello che spendi.

Il costo del cloud non è mai solo un numero in fattura. È la somma di decisioni che qualcuno ha preso, di ipotesi che nessuno ha scritto, e di conversazioni tra IT e finance che non sono ancora avvenute.

Approfondimenti utili

Perché la spesa cloud supera quasi sempre il budget previsto?

Nella maggior parte dei casi non si sbaglia il prezzo negoziato — si sbagliano le ipotesi di partenza: volumi di utilizzo, frequenza d’uso, costi accessori come il trasferimento dati in uscita. Queste assunzioni raramente vengono scritte in forma esplicita e quasi mai vengono verificate durante l’esecuzione del contratto.

Cos’è la spesa cloud non monitorata e come si forma?

È la quota di costi cloud che nessuno ha il mandato di controllare in tempo reale. Si forma nel gap tra chi negozia i contratti (procurement) e chi consuma le risorse (IT e team di sviluppo). Ambienti di test attivi h24, snapshot dimenticati, risorse su region non ottimali — voci che non appaiono nei contratti ma si accumulano nelle fatture.

Il FinOps riduce davvero i costi cloud?

Non al rinnovo — a quel punto il contratto è già eseguito e le leve sono limitate. Il momento utile è tra i 6 e i 12 mesi dall’avvio, quando i dati reali di utilizzo sono disponibili ma il vendor non ha ancora consolidato la posizione di rinnovo.

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Domenico Monteleone
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Domenico Monteleone

ICT & Cloud Buyer

Collego dati, contratti e operatività per rendere le decisioni più chiare.